Il rimanere fedele, nonostante il passare del tempo, ad un sentimento del tutto platonico, è da considerarsi atto patetico o eroico?

Come una vestale

per anni e anni

solo

ho tenuto accesa la fiammella

Come un giapponese nell’atollo

per anni e anni

solo

non ho creduto alla fine del conflitto

Come un cane

per anni e anni

solo

ho vegliato dove tu eri stata

E adesso che te ne sei accorta

non so se la mia vita

sarà rubricata come cosa patetica

o come cosa eroica.

Le tre similitudini, distribuite nelle prime tre strofe del componimento, sottolineano il persistere di un amore vissuto solo ed unicamente a livello solipsistico. Il poeta si paragona alla figura della vestale che per anni si fa custode del fuoco sacro rimanendo in uno stato di verginità, o al giapponese nell’atollo, che non riesce a credere che la guerra sia terminata continuando imperterrito nel suo ruolo di difensore, (immagine, questa, affibbiata alla figura dell’autore numerose volte), infine alla figura del cane, semplice e quotidiana, ma espressione di grande fedeltà. Al momento della confessione l’autore è preso dal tormento, in uno stato di dubbio e di confusione: il rimanere fedele, nonostante il passare del tempo, al suo sentimento del tutto platonico, è da considerarsi atto patetico o eroico?

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Mozart e la pioggia, quando la musica diviene poesia con Christian Bobin

Quella di Christian Bobin, poeta dell’essenziale “innamorato del silenzio e delle rose”, è stata un’amabile scoperta che devo ad una piccola ma prodigiosa casa editrice di Otranto: AnimaMundi. Lo immagino un locus amoenus in cui trovano dimora quegli autori che non amano essere oggetto del vasto mercato editoriale, pensatori che dagli angoli reconditi della terra sono in grado di sfiorare le corde più profonde dell’anima: autori come Christian Bobin (Le Creusot, 1951) capaci di ricondurre il lettore agli aspetti fondanti dell’esistenza. Quanto bisogno c’è, ad oggi, di tornare a conoscere l’intima natura delle cose? Se come sostiene Eraclìto “l’intima natura delle cose ama nascondersi”, il compito che Bobin affida alla sua scrittura è proprio quello di farla riemergere dal fondo nel trambusto del mondo. Sotto quel rumore assordante si è assopita, eppure, “Le ore silenziose sono quelle che cantano più chiaro”. Ed è questo silenzio che è necessario abitare per poter riconoscere la purezza della vita, la stessa che si consegna ad un bambino che nasce. In Mozart e la pioggia (Mozart et la pluie), uno dei suoi meravigliosi atti d’amore nei confronti dell’uomo che ha fame di parole, si manifesta forte la volontà di staccarsi dal mondo portando l’attenzione “laddove le cose risuonano – la verità, la pioggia sul tetto di una macchina, le parole d’amore o il pianoforte di Mozart.” Opera incatalogabile, la definirei una sorta di poesia dall’andamento prosastico, incanta come musica, come la stessa melodia mozartiana che genera potenza, allegria e compassione. Quest’ultima accompagna il flusso della vita di Bobin, il suo quotidiano, tra le note di Mozart – come tra i gesti di sua madre – si possono scoprire leggerezze dell’ultimo minuto, conclusioni di movimento affrettate. Costanti sono le immagini di questa sinfonia: “C’era ombra e una coppia che si stava baciando. Questa visione è durata due secondi. […] è la stessa immagine che colgo in Mozart: due note che si baciano nella penombra. […] Che ci siano, in questo istante in cui scrivo, due persone che si amano in una stanza, due note che chiacchierano ridendo, è abbastanza per rendermi la terra abitabile”. L’amore è uno dei miracoli ancora possibili, poiché resta un qualcosa di semplice, puro, primordiale: “Un giorno ti sdrai, ti siedi o cammini, e tutto ti viene incontro senza fatica, non c’è più da scegliere, tutto quello che viene porta il segno dell’amore. Forse la solitudine e il silenzio non sono nemmeno indispensabili per degli istanti così puri. L’amore da solo basterebbe”. 

Tra queste pagine la musica di Mozart e la pioggia suonano all’unisono; è straordinario come Bobin sia in grado di restituire ai dettagli, con estrema semplicità, la dignità di perle di poesia.

Per perdere una cosa occorre averla prima posseduta. Noi non abbiamo mai avuto nulla di nostro in questa vita, mai avuto nulla da perdere, nulla da fare se non cantare, cantare con la gola, la pancia, la testa, il cuore, lo spirito, con tutta la polvere delle nostre anime innamorate”.

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“Che quel dondolìo potesse essere infinito…”, l’unica preghiera in senso stretto in tutta la vita di Michele Mari.

Tu non ricordi

ma in un tempo

così lontano che non sembra stato

ci siamo dondolati

su un’altalena sola

Che non finisse mai quel dondolio

fu l’unica preghiera in senso stretto

che in tutta la mia vita

io abbia levato al cielo.[1]

Il critico Luca Alvino analizza il componimento citato: esso colloca la relazione amorosa tra il protagonista e la sua amata «in un tempo così lontano che non sembra stato»: si tratta di un’epoca remotissima, risalente ai banchi di scuola e appartenente ad «un’infanzia edenica, inaccessibile persino nel ricordo, e anch’essa dunque di natura astratta, cerebrale»[2]. Nella seconda strofa si sottolinea l’aspetto atemporale dell’esperienza vissuta, la volontà di proiettarla in una dimensione eterna ed ultraterrena. Dalla lettura di questa lirica, caratterizzata da un’immagine di forte potenza evocativa, quella del dondolio dell’altalena, subito seguita da quella della preghiera levata al cielo, si ha prova di come i ricordi del passato sovrastino la memoria del poeta, il quale a fatica riesce a liberarsene. Di fronte alla straordinarietà di tali versi, non si è in grado di trovare parole che siano adatte a fornirne un’analisi critico-interpretativa esaustiva; è la lirica a parlare di sé, autonomamente, in linea con il pensiero di Michele Mari il quale sostiene che l’ultima parola riguardo sé stesse, e riguardo la sua persona, appartenga alle opere, non alla critica.

[1] MICHELE MARI, Cento poesie d’amore a Ladyhawke, Torino, Einaudi, p. 9.

[2] A proposito delle “Cento poesie d’amore a Ladyhawke”, http://www.minimaetmoralia.it.

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“Dal mio banco al tuo..” di Michele Mari

Dal mio banco al tuo

c’erano tre metri

che non ho mai percorso

Per quel peccato originale

ora salgo su tutti i ponti del mondo

gettati sui fiumi più larghi sugli abissi più fondi

ma dopo appena tre metri

ogni ponte

si sporge sul vuoto

(Cento poesie d’amore a Ladyhawke)

La poesia precedente, nella terzina, inquadra il luogo in cui si è compiuto il misfatto amoroso: il liceo classico milanese “Berchet”. I tre versi iniziali mettono in evidenza metaforicamente la distanza incolmabile tra il poeta e la donna amata; non si tratta di una lontananza solo ed unicamente fisica, l’immagine contribuisce a porre in rilievo una reticenza, un’incapacità da parte del protagonista di rendere manifesto il proprio sentimento. Nel timore di non essere ricambiato, o nella mancanza di volontà nel trasformare quell’emozione da potenza ad atto, lasciandola così libera di fluire tra i banchi di scuola nella sua inconsistenza, l’autore intraprende la strada del silenzio. Per non essersi esposto per trent’anni, e per riuscire a scontare ad oggi quel «peccato originale», egli sale su tutti i ponti del mondo, soprattutto su quelli più pericolosi «gettati sui fiumi più larghi sugli abissi più fondi», ma dopo quei tre metri mai percorsi, non c’è più l’amata ad attenderlo, ma solo la “morte”. E’ il componimento del rimpianto e del pentimento, all’interno del quale l’autore si rende colpevole della perdita della donna desiderata.

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Il grillo del focolare di Charles Dickens

Manca poco più di un mese al Natale e ho deciso di incamminarmi verso questo tempo magico, che da sempre incanta grandi e piccini, in compagnia del terzo racconto di Natale di Charles Dickens, Il grillo del focolare. Tra queste preziosissime pagine si dipana un’entusiasmante favola domestica che ruota attorno alla figura secolare del grillo parlante; il grillo, quel piccolo insetto apparentemente insignificante che, in accordo con una popolare usanza inglese, si fa custode del focolare domestico e dispensatore di virtù e saggezza. E’ singolare il fatto che già a partire dagli antichi Greci esistesse un culto della cicala, celebrata da Anacreonte, o che gli Egizi ritenessero fondamentale venerare lo scarabeo: nonostante la loro fragilità e le esigue dimensioni, questi piccoli insetti rendono all’uomo un enorme contributo sul piano umano e morale. Questo aspetto è dominante nel testo di Dickens, in cui il trillo del grillo è come un’improvvisa luce nell’oscurità in cui l’essere umano spesso si perde, incapace di guardare oltre i limiti che si auto-impone. Un canto garrulo, eppure capace di sprigionare un’enorme forza, poiché come afferma l’autore: “[…] tutta la genìa dei Grilli è composta da Spiriti possenti, anche se la gente, che intrattiene una conversazione con loro non lo sa (come spesso accade); e non ci sono, nel mondo dell’invisibile, voci più gentili e più sincere, sulle quali si possa fare così incondizionatamente affidamento, e che siano così certe nel non dar altro che il più sollecito consiglio, come le Voci nelle quali gli Spiriti del Focolare Domestico si manifestano al genere umano”.

L’edizione in mio possesso è stata pubblicata dalla Caravaggio Editore e curata dal professore Enrico De Luca, il quale nella sua traduzione è attento a rimanere molto fedele al modello, senza attuare semplificazioni o alleggerimenti: sono conservate le espressioni dickensiane, le iperboli, i sottili giochi di parole e il periodo complesso. Perfino l’impiego frequente delle maiuscole ricalca l’originale, indice del fatto che siamo in presenza di un lavoro magistrale, nonostante il famoso Dickens risulti molto problematico da un punto di vista traduttivo. La piccola casa editrice vastese ha diffuso un’ottima resa in italiano della favola dickensiana, che nonostante la sua apparente leggerezza e semplicità, racchiude una toccante riflessione sulla forza dell’amore: un amore lontano dall’egoismo e dall’auto-affermazione, un amore che conosce sacrificio e rinuncia, sperimenta l’attesa e il saper morire all’altro. C’è una riscoperta di quel genere di sentimento sempre meno presente nel chiuso delle nostre case e nel fondo dei rapporti interpersonali; ancora una volta il romanziere inglese è il Maestro di vita che dispensa la sua lezione all’individuo della contemporaneità attraverso l’arte sublime della sua parola e la caratterizzazione notevole dei suoi personaggi.

D’altro canto, come diceva Italo Calvino:

“Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.

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Ladyhawke: dieci componimenti emblematici

Di seguito verranno commentati una serie di componimenti selezionati per diverse ragioni, tra le quali: la presenza di una vigorosa carica emotiva, capace di coinvolgere il lettore a tal punto da favorirne l’immedesimazione; per la loro struttura, caratterizzata da una condizione di sospensione e di irrealizzabilità, (struttura riscontrabile anche all’interno delle liriche restanti); infine, per la scelta, da parte dell’autore, di realizzare in esse potenti immagini evocative, che forniscano la possibilità al lettore di comprendere di quale declinazione dell’amore si parli: «l’amore sospirato, vissuto prima da soli, platonicamente, poi assieme, ma in modo effimero e quasi totalmente intellettivo, e poi finito, senza in realtà mai aver avuto modo di realizzarsi concretamente, carnalmente, quotidianamente»[1].

Chi eri nel mondo dei vivi

chiese il passero allo spaventapasseri

Un uomo

che non suscitò in chi amava l’amore

per questo ti posi impunemente

sulla mia manica vuota.[2]

Il testo citato è il componimento che apre l’intero corpus d’amore; l’immagine piuttosto lugubre, fornita dal poeta, è quella di uno spaventapasseri nel quale è ravvisabile l’identità dell’autore stesso e al quale viene domandato chi sia stato nel mondo dei vivi: è evidente che una condizione di morte spirituale funge da sfondo alla situazione rappresentata. Tra i versi si potrebbe scorgere una sorta di similitudine: quel fantoccio ad oggi non riesce ad adempiere il suo compito, esattamente come il poeta, che durante gli anni del suo sentimento «non suscitò in chi amava l’amore». Fin dall’incipit Michele Mari pre-annuncia al lettore il fallimento della sua missione amorosa e tutti i rimorsi che ne conseguono.

[1] Cento poesie d’amore a Ladyhawke: Michele Mari poeta di un amore fantasma, http://www.frammentirivista.it.

[2] MICHELE MARI, Cento poesie d’amore a Ladyhawke, Torino, Einaudi, p. 3.

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L’impasto linguistico di Cento poesie d’amore a Ladyhawke

Si è già accennato in precedenza, nell’ambito dello stile dell’opera, all’impasto linguistico vario e multiforme che attraversa tutte le liriche:

Abbondano citazioni, sia colte e letterarie (Dante, Guido Cavalcanti, Kantor, Arthur Rimbaud, Onan, Edgar Allan Poe; solo per citarne alcuni), sia pop, ed è qui che Mari sa sorprendere di più. E’ quasi entusiasmante vedere come un raffinato letterato e colto intellettuale, professore universitario e scrittore dalla penna sottilissima, sappia muoversi a suo agio anche tra miti, leggende, film e cronache popolari come possono essere Alfred Hitckock, John Ford, Sergio Leone, Clint Eastwood, la zucca di Cenerentola e la favola dei tre porcellini.[1]

Tutti i nostri incontri

si sono svolti nel segno affannoso

della Zucca

perché anche alle sei del pomeriggio

o alle undici e un quarto di mattina

mancava sempre un minuto

a mezzanotte.[2]

 

Puntavo sulla paglia o sul legname

ma dei tre porcellini

tuo marito

doveva essere quello in salopette con la cazzuola

perché ho soffiato e soffiato

ma la tua casa

non è venuta giù.[3]

Il registro varia con naturalezza «dai toni aulici ad accenti più dimessi, dall’erudizione ad un’autoironia di ispirazione minimalista, che regala momenti altamente godibili non solo agli addetti ai lavori […] ma anche a chi si cimenta da neofita con i versi di questa pregevole raccolta»[4]:

Ti cercherò sempre

sperando di non trovarti mai

mi hai detto all’ultimo congedo

Non ti cercherò mai

sperando sempre di trovarti

ti ho risposto

Al momento l’arguzia speculare

fu sublime

ma ogni giorno che passa

si rinsalda in me

un unico commento

ed è il commento dice

due imbecilli.[5]

Il già citato Francesco Longo sostiene che il linguaggio poetico di Mari evita di imboccare una sola strada, muovendosi almeno in due direzioni diverse: «Mari sceglie le parole dai lembi estremi del dizionario, e così in una poesia si possono trovare insieme “Cavalcanti” e “sputnik»[6]:

Se aveva ragione Cavalcanti

nel dir ch’ogni sospiro è un nostro spiritello

che tremulo e perplesso

si mette in viaggio

alla ricerca della persona amata

e giunto al suo cospetto sbigottisce

che resta ormai di me

sputnik

che ha esaurito i suoi messaggi

per il pianeta Terra?[7]

[1] Cento poesie d’amore a Ladyhawke: Michele Mari poeta di un amore fantasma, http://www.frammentirivista.it.

[2] MICHELE MARI, Cento poesie d’amore a Ladyhawke, Torino, Einaudi, p. 51.

[3] Ivi, p. 44.

[4] A proposito delle “Cento poesie d’amore a Ladyhawke”, http://www.minimaetmoralia.it.

[5] MICHELE MARI, Cento poesie d’amore a Ladyhawke, Torino, Einaudi, p. 97.

[6] F. LONGO, Ladyhawke Ladyhawke, http://www.nazioneindiana.it.

[7] MICHELE MARI, Cento poesie d’amore a Ladyhawke, Torino, Einaudi, p. 14.

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